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GLADIATORI, ESERCITO ROMANO, ATLETICA PESANTE

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Saraceni - Gli Arabi prima dell'Islam
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Flavius Stilicho

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Registrato: 15/06/06 20:44
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Flavius Stilicho is offline 

Località: Avgvsta Pervsia
Interessi: Storia Romana, Tardo Romana- Bizantina, Lettura
Impiego: studente
Sito web: http://franuf1aviosti1...

MessaggioInviato: Dom Set 05, 2010 10:43 pm    Oggetto:  Saraceni - Gli Arabi prima dell'Islam
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I Saraceni vengono citati in alcuni scritti antichi come pericolosi predoni, altre volte come ausiliari dell'esercito (la Notitia Dignitatum cita tre unità di Equites Saraceni di cui due in Fenicia e una in Egitto).

Secondo alcuni l'etimologia di "Saraceno" deriverebbe dall'arabo "Sciararaka" ("spuntare, sorgere") che a sua volta generò la parola "Sciarkiun" ("orientale"), quindi Saraceno sarebbe la deformazione occidentale del nome con cui gli Arabi chiamavano gli orientali.

Si porrebbe la questione di quali popoli fossero ad oriente di quali altri (ma forse più semplicemente avvenne qualcosa di simile al motivo per cui chiamiamo Canguro il noto marsupiale, dall'aborigeno "Kangaroo", ossia "Come ti chiami?", che gli uomini di Cook si sentirono dire in seguito alla domanda "Come si chiama quell'animale?", posta agli autoctoni in incomprensibile, almeno per gli indigeni, inglese).

Ammiano riguardo alla loro collocazione geografica ci dice (XXIII, 6, 13):

"...Dal polo settentrionale sino alle poste Caspie la Persia confina con i Cadusi, con molte stirpi scitiche e con gli Arimaspi, popolazione con un solo occhio e selvaggia. Dalla parte occidentale tocca l'Armenia, il monte Nifate e gli Albani asiatici, il Mar Rosso e gli Arabi Sceniti, che successivamente furono chiamati Saraceni...".

Ma è ancor più interessante quello che ci dice sui loro costumi (XIV, 4):

"Ma i Saraceni, per noi indesiderabili sia come amici che come nemici, compiendo qua e là scorrerie devastavano in un battere d'occhi tutto ciò che potevano trovare, simili a nibbi rapaci, i quali, se scorgono dall'alto una preda, scendono velocemente e la ghermiscono e, dopo essersene impadroniti, fuggono immediatamente. Sebbene ricordi d'essermi trattenuto ad esporre i loro costumi, allorché trattai delle imprese dell'imperatore Marco Aurelio, e successivamente in alcuni altri punti della mia opera, tuttavia anche adesso darò su di loro poche notizie per sommi capi. Presso queste genti, le cui sedi originarie si estendono dall'Assiria alle cateratte del Nilo ed ai territori dei Blemmi, tutti sono egualmente guerrieri e s'aggirano per varie regioni seminudi, coperti sino al pube da corti e variopinti mantelli militari, su veloci cavalli e snelli cammelli sia in pace che in guerra. Nessuno di loro mette mai mano all'aratro o coltiva un albero o cerca di procurarsi il cibo lavorando i campi, ma sempre errano per ampie distese senza una dimora o sedi fisse e senza leggi. Né sopportano troppo a lungo lo stesso clima, né piace a loro il sole d'una stessa regione. Insomma la loro vita è una continua fuga. Pagano le mogli che noleggiano per un determinato periodo in virtù d'un contratto e, perché ci sia almeno la forma esterna del matrimonio, la futura coniuge offre al marito a mo' di dote un'asta ed una tenda, pur essendo pronta, se avrà così deciso, ad andarsene il giorno stabilito. È pure incredibile l'ardore con il quale presso di loro entrambi i sessi si abbandonano ai piaceri d'amore. Vagano inoltre, finché vivono, per sì ampie distese che una donna si sposa in un luogo, in un altro partorisce ed in una località ben lontana educa i figli senza che sia concessa alcuna possibilità di riposo. Si cibano tutti di carni di fiere, di abbondante quantità di latte, di molti tipi di erbe e di uccelli, se ne riescono a prendere qualcuno a caccia. Noi ne abbiamo incontrati parecchi che ignoravano completamente l'uso del frumento e del vino. Tanto basti aver detto di questo popolo funesto, per cui ora ritorniamo all'argomento propostoci".

Ci sono un paio di episodi interessanti che vorrei riportare riguardo a questo popolo:

Il primo riguarda la guerra che scoppiò sotto Valentiniano tra Romani e Saraceni in seguito alla morte di un sovrano saraceno che aveva siglato un trattato di pace. La regina dei Saraceni, Mavia, inflisse sonore sconfitte alle armate imperiali (probabilmente grazie alla conoscenza che i saraceni avevano maturato delle tattiche dei loro ex comandanti in campo). Quando fu il momento di siglare la pace la condizione posta da Mavia fu che un monaco saraceno, tale Mosè di fede ortodossa (ossia non ariana, che all'epoca era favorita alla corte d'Oriente e un po' in tutto l'impero), fosse nominato vescovo della sua gente.

Interessante è soprattutto il racconto che ne fa Rufino ne "La Storia della Chiesa" (II, 6):

"Mavia, regina dei saraceni, cominciò ad assalire con una guerra violenta fortezze e città poste ai confini della Palestina e dell'Arabia, e a devastare nel tempo stesso le province vicinie. Con frequenti attacchi riusci a logorare l'esercito romano e, dopo aver ucciso un gran numero di soldati volse i rimanenti in fuga. Quando venne pregata di concedere la pace rispose di non offrirla se non a condizione che un monaco, di nome Mosè, fosse ordinato vescovo del suo popolo.
Costui conduceva vita solitaria in un eremo situato vicino alla provincia della regina, comunicata all'imperatore, venne soddisfatta senza alcuna dilazione dai nostri condottieri, che avevano combattuto senza esito fortunato. Mosè venne così tratto via e condotto ad Alessandria, come è prescritto, per ricevere l'ordinazione episcopale."

Curioso è notare come gli Arabi, futuri acerrimi nemici della Cristianità, all'epoca venissero addirittura considerati "difensori della vera fede" nicena, contro l'eresia ariana Exclamation

Dopo questo episodio i Saraceni tornarono ad essere alleati dei Romani e la regina Mavia mandò alcuni uomini come ausiliari dell'Impero, e li ritroviamo l'indomani della celeberrima disfatta di Adrianopoli a difendere la città (Adrianopoli appunto) in cui erano state poste insegne e tesoro. Ancora una volta la nostra fonte è Ammiano (XXXI, 16, 4-6):

"Di qui, spinti dal desiderio vivissimo di immense ricchezze si mossero in fretta verso Costantinopoli e, risoluti di compiere ogni sforzo per distruggere quell'immensa città, marciavano, per timore di agguati, in ordine quadrato. Ma, mentre avanzavano sfrenati e battevano quasi alle porte della città, la divinità celeste li respinse nel modo seguente. Un gruppo di Saraceni (sulla cui origini e costumi ci siamo lungamente trattenuti in diversi passi dell'opera), più atti a far preda di materiali necessari alle spedizioni anziché a scontri regolari, era stato fatto venire di recente in quella zona. Essi uscirono coraggiosamente dalla città per attaccare i barbari, di cui improvvisamente avevano visto una schiera, e, dopo una dura e lunga battaglia, le due parti si allontanarono senza un risultato decisivo. Ma gli orientali riuscirono vincitori per un caso nuovo e mai visto prima. Uno di loro, con il capo coperto da una grande chioma e tutto nudo fuorché il pube, con urla roche e lugubri si gettò, con il pugnale sguainato, in mezzo alla schiera dei Goti ed appressò le labbra alla gola di un nemico ucciso succhiandone il sangue sparso. A questo orrendo spettacolo i barbari rimasero terrorizzati per cui più tardi, allorché tentavano qualche azione, non avanzavano furiosi come d'abitudine, ma a passi incerti..." il racconto termina con il racconto dell'uccisione, per mano degli ufficiali Romani, di tutti i Goti dell'esercito aldilà del Tauro su decisione del comandante locale (probabilmente l'inizio simbolico del violento sentimento anti barbarico che porterà all'uccisione di Stilicone).

Qui mi fermerei, almeno per il momento Smile, concedendomi un'ultima osservazione: quest'ultimo episodio contribuisce a sfatare il luogo comune che vede tutti i barbari nemici dei Romani come dei selvaggi, infatti non solo i Goti avanzano in "ordine quadrato" (e molti altri dettagli tattici e non potrebbero essere portati a prova della loro romanizzazione) ma sono anche atterriti dal comportamento selvaggio (decisamente grottesco) di un ausiliario dell'esercito Romano Exclamation Molti sono i pregiudizi che deformano la percezione di studiosi e appassionati riguardo al tardo Impero, ma non è questa la sede per trattarli.

Valete

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Flavius Stilicho

Francesco Bindella

Alme Sol, curru nitido diem qui
promis et celas aliusque et idem
nasceris, possis nihil urbe Roma
visere maius.
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MessaggioInviato: Dom Set 05, 2010 10:43 pm    Oggetto: Adv






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