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GLADIATORI, ESERCITO ROMANO, ATLETICA PESANTE

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I Valori Religiosi, la Visione del Mondo Elleno-Romana
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Genius Cucullatus

Flamen






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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 8:22 am    Oggetto:  I Valori Religiosi, la Visione del Mondo Elleno-Romana
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Iniziamo le Attività, qui sul Forvm, del Progetto PIETAS, nel Nome di
Giano, Signore degli INIZI, Colui che Apre e Colui che Chiude, Deus Deorum.


IL SISTEMA DEI VALORI RELIGIOSI NEL MONDO CLASSICO :

Fondamentale lettura per mettere in chiaro, e iniziare una buona OPVS REMOTIONIS dagli stereotipi comuni, a riguardo dei Valori Religiosi del Romano.

___________________________

Vediamo innanzitutto come vengono concepiti il Mondo e la Divinità e qual è l'atteggiamen­to dell’Elleno e del Romano nei confronti di tali realtà.

Per cominciare, questi uomini non sem­brano conoscere il "Timor di Dio", almeno nel senso comunemente attribuito a tale espressio­ne, in primo luogo perché non si considerano "creature", e poi perché ignorano il concetto di un mondo "tratto dal nulla" e di una sua "fine", con annesso "giudizio", avvento di un "regno di Dio", premiazione dei "buoni" e punizione dei "cattivi", ecc.

Nella veduta classica il mondo costituisce un Ordine (Kòsmos) infinito ed eterno, vivente, la cui Forma (in senso aristotelico), la cui "Ratio", la cui Legge immutabile e intelligente è concepita come Dio stes­so; un Dio/Dea Impersonale, Trascendente ed Immanente ad un tempo , che non crea, ma vivi­fica e muove e non interviene nelle vicende umane.

Poi, in una visione gerarchica ed organica, vi sono gli Dei, anch'essi concepiti più come Intelligenze, Poteri, "Numina", che come persone: essi sono immagini della Divina Presenza Universale, Intermediari tra l'uomo e l'eterna volontà cosmica, ambasciatori ed esecutori di una Necessità Supe­riore. Le loro rappresentazioni ("idoli") sono, per Celso. "Simboli di Idee Eterne" (da "Contro i cristiani") . Quindi, nella scala gerarchica, troviamo gli Eroi, i Dèmoni, l'Uomo, gli esseri subumani, visibili e invisibili, moventisi tutti all'interno dell'Ordine cosmico, ciascuno con
le proprie attribuzioni, il proprio posto, il proprio compito da svolgere per l'armonia del Tutto.

E giacché l'Ordine totale e universale è il risultato e la sintesi degli "ordini" particolari (o, meglio, sono questi ultimi ad esserne l'Immagine), esso si conserva anche mediante lo sforzo assiduo degli uomini e degli Dei, nel proprio ambito particolare, per arginare (ma non annientare!) quelle che sim­bolicamente vengono indicate come le potenze del Caos e dell'oblìo.

Esiste dunque un rapporto di collaborazione e di reciproco sostegno fra uomini e Dei: esso è fondato innanzitutto su una "paternità" comune (Zeus-Giove padre degli Dei e degli uo­mini), poi sull'affinità e l'amicizia fra l'Uomo Nobile e la Divinità, e infine su una mis­sione comune.

Perciò uomini e Dei non vengono concepiti come esseri assolutamente in­comparabili, come essenzialmente diversi: la distanza fra essi può essere anche grande, ma non incolmabile. Si ammise, anzi, la possibilità per l'uomo di immortalarsi, di diventare un Eroe, o un Dio. Gli Dei appaiono infatti spesso come "uomini superiori ed immortali"; e gli uomini, quando non sono "Dei mortali", possono essere "dioghenéis" (di stirpe divi­na), oppure "isòtheoi" (simili agli Dei).


Ma non è tutto: si con­cepisce una Divinità Agente Entro l'Uomo (non è forse egli un microcosmo?), un Nume tutelare sia dei singoli che dei gruppi associati, un "dàimon", un "dominans in nobis Deus" , un "Genius", oggetto anche di culto: e pertanto si sacrifica al "Genius Patris Familias", al "Genius Caesaris", al "Genius" o "Lar familiaris", al "Genius Publicus Populi Romani".

Per tali ragioni non poté mai sorgere presso gli Elleni o i Ro­mani una religione che considerasse l'uomo schiavo di un possente e terribile Signore Iddio, creato per "amare e servire" il suo Dio sotto la minaccia del castigo infernale.

E poiché non è un servo, il fedele Elleno o Romano non si cosparge il capo di cenere, non si veste di sacco, non si prostra a terra né striscia invocando pietà e misericordia, quando si rivolge al suo Dio, il suo rapporto con la divinità non si indica con termini servili, ma con vocaboli come "Timan" (onorare) , "therapèuein" (pren­dersi cura di), "còlere" (coltivare donde "culto"): una stessa pa­rola, "Pietas", designava ad un tempo, e non a caso, i doveri verso gli Dei. il rispetto verso i genitori, l'Amor di Patria.

La Religiosità Greca e Romana non si esprime dunque nell' "implorare
dello schiavo che ha meritato la sferza", ma si fonda sulla certezza
di una Comunità che abbraccia Uomini e Dei.

La "virtù" richiesta all'uomo per essere gradito alla Divinità non è
l'autocalunnia o il disprezzo di sé, e nemmeno l'Umiltà ("humilis",
in Latino, significa "ignobile, abietto, spregevole"): nemmeno di
fronte al suo Dio, l'Elleno e soprattutto il Romano rinuncia ad un
contegno dignitoso (non sono forse "Dignitas" e "Gravitas" fra le
più alte Virtù romane?), al misurato orgoglio e alla consapevolezza
dell'uomo libero che vuole onorare la Divinità per un innato senso
di Giustizia e per il rispetto della Divinità che alberga in lui.


Chi volesse, dunque, giudicare la religiosità degli Elleni e dei Romani dalla commozione visibile del credente o da atti plateali, finirebbe col considerarli poco religiosi.

Eppure i Romani si consideravano "religiosissimi mortales" che, nel dominio del sacro, avevano superato tutti gli altri popoli; e il conoscitore della religione greca sarà forse propenso a considerarla la più devota di tutte: l'uomo omerico "tocca la sfera del divino con ogni moto e ogni impulso del suo essere (...) Di ogni dono, di
ogni abilità ch'egli possiede, di ogni forza che sente in sé, di ogni significativo pensiero che gli viene, sa che la causa immediata è un Dio
(...) Così egli si vede dappertutto circondato dal sovrumano".

Per la prisca religiosità romana ogni atto umano ha la sua Diivinità protettrice.

Spesso sono divinità modeste, che intervengono una volta sola nella vita, di cui nulla si sa, se non il nome, registrato negli Indigitamenta. Ma questo concetto dell'esistenza e della protezione di un Dio in ogni azione umana comporta che la vita dell'uomo è interamente religiosa.

Ma nonostante il sentimento di Nobiltà e di Fierezza, di affinità e quasi di familiarità con gli Dei, l'Elleno e il Romano ebbero sempre chiaro un preciso senso delle distanze e del limite, né mai venne meno in loro la chiara coscienza della imperfezione e della debolezza individuale e, soprattutto, dei pericoli dell'umano Orgoglio.

Ogni cieco velleitarismo, ogni arbitrio individuale, ogni atto di prevaricazione, è una rivolta contro l'Ordine, è "superbia", è "hybris": non "colpa" o, peggio, "peccato", ma piuttosto sacrilegio, empietà.

Qui la morale c'entra ben poco: è invece un limite che viene
ingiustamente valicato, un equilibrio che si infrange. E l'equilibrio dovrà necessariamente e inesorabilmente ristabilirsi, travolgendo colui che lo ha turbato.

Questo è l'"inexorabile fatum" virgiliano, quella "necessitas" o "anànke" superiore agli stessi Dei, contro cui gli stessi Dei sono impotenti.
Essa è la Legge suprema dell'Ordine cosmico nella Forza Intelligente che, producendo, animando, conservando, pervade tutto l'Universo, a cui Tutto è Sottoposto; un aspetto della quale è la Legge di Causa ed Effetto, onde le conseguenze dell'azione ricadono immancabilmente su di chi la compie.

Non si tratta qui di "destino", che annienta ogni Libertà, perché è possibile sfuggirvi, ma di una Legge Superiore, una superiore Giustizia, il conformarsi alla quale rende l'Uomo non solo libero, ma "Pius e il "pius Aeneas" rappresenta il prototipo più perfetto di tale ideale umano.

Perciò, nell'accettazione dell'Ordine divino, nell'adesione dello spirito alle norme di una superiore Legge e conformare la Volontà e l'Agire individuale e collettivo, nel conoscere ed operare ciò che "FAS", in ciò consiste la preoccupazione maggiore dei singoli, delle famiglie e degli Stati, perchè in ciò consiste l' "aidòs",
la "Religio", la "Pietas".

Si è visto come l'uomo classico fosse portato a identificare la somma Divinità con la Legge che governa l'Universo, anzi con l'Ordine Cosmico stesso, e come egli facesse consistere la Pietà e la Religio nel conoscere ed operare ciò che è fas, vale a dire conforme a quest'Ordine superiore.

Perciò l'Elleno e il Romano videro ogni cosa in rapporto con l'Ordine universale, con il Tutto, Individuo, Famiglia, Stirpe, Stato, Diritto, Etica, ogni cosa deve rappresentare un aspetto dell'Ordine, deve ricondurre ad Esso.

Pertanto la religione permeò e regolò ogni atto, ogni istituzione; e quindi ogni Atto, ogni Istituzione ebbero perciò un carattere sacrale.

Per conoscere ed operare, come si è detto, ciò che è fas, i nostri Avi possedettero una Scienza che consentiva loro di indagare la "volontà degli Dei" e appropriati Riti con i quali assicurarsi il favore e la Pax Deorum.

Poiché, come attesta Cicerone , "omnia completa et refer sunt aeterno sensu et mente divina", gli Elleni e i Romani erano particolarmente attenti nel cogliere ed interpretare tutto quanto potesse avere carattere e valore di signum, di omen, potesse cioè costituire il veicolo di manifestazione della volontà e dell'agire Divino negli eventi.

E in tutte le occasioni importanti della vita individuale e collettiva, specie in quella dello Stato, essi si preoccupavano di accertarsi, mediante gli auspici, se ciò che stavano per intraprendere fosse o meno conforme all'Ordine Universale, poiché l'azione costituisce, se contraria all'ordine, un'Empietà di cui si pagherà necessariamente il fio, il trascurare tali riti poteva condurre alle più nefaste conseguenze: basti pensare alle (poche) sciagure militari patite dai Romani e regolarmente attribuite all'avere negletto i riti.

_________________________ Fine Prima Parte ____________________

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 8:22 am    Oggetto: Adv






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Flavius Stilicho

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 10:43 am    Oggetto:  
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Complimenti Genius!
Aspetterò impaziente la seconda parte...
Nel frattempo ti do un piccolo suggerimento: specifica a quale epoca appartiene questa scala di valori.
Tanto per fare un esempio l'ellenismo, da Alessandro in poi quindi, aveva già da tempo mutato l'atteggiamento verso il sacro; non per niente Catone il Censore si opporrà veementemente contro l'arrivo della cultura ellenica a Roma.
La stessa Roma, dalla conquista della Grecia in poi, inizierà ad introdurre divinità a profusione cambiando anche di molto il comportamento come nel caso di Mitra.
Ti rinnovo comunque i miei complimenti perchè molto di ciò che hai detto costituirà il sostrato del pensiero Romano anche dopo l'introduzione del cristianesimo (spesso io stesso mi ritrovo ad anlizzare il Dio cristiano con procedimenti razionali)

Vale!

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Flavius Stilicho

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Genius Cucullatus

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 11:14 am    Oggetto:  
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Flavio Stilicone ha scritto:
Complimenti Genius!
Aspetterò impaziente la seconda parte...
Nel frattempo ti do un piccolo suggerimento: specifica a quale epoca appartiene questa scala di valori.
Tanto per fare un esempio l'ellenismo, da Alessandro in poi quindi, aveva già da tempo mutato l'atteggiamento verso il sacro; non per niente Catone il Censore si opporrà veementemente contro l'arrivo della cultura ellenica a Roma.
La stessa Roma, dalla conquista della Grecia in poi, inizierà ad introdurre divinità a profusione cambiando anche di molto il comportamento come nel caso di Mitra.
Ti rinnovo comunque i miei complimenti perchè molto di ciò che hai detto costituirà il sostrato del pensiero Romano anche dopo l'introduzione del cristianesimo (spesso io stesso mi ritrovo ad anlizzare il Dio cristiano con procedimenti razionali)

Vale!


Ave Stilico,

ti ringrazio per i complimenti, ed anche per la presenza collaborativa fattiva che stai dimostrando, in generale, in questo nobile Forum.

la Sezione si è appena attivata, ed effettivamente può dare ad intendere che sia una sezione 'storica', ma in realtà cosi' non è perchè il Progetto Pietas di Ars Dimicandi, prendi tutto cum grano salis, è anche esso 'archeologia sperimentale', quindi non è confinato esclusivamente a voler mostrare una 'teca storica' sul Senso del Sacro degli Antichi, nelle forme autoctone precedenti alla nascita e diffusione del Cristianesimo, ma anche un punto di riferimento per chi, come ricerca personale, come fattore 'immersivo' per l'archeologia sperimentale, o per chi ancora oggi ( e non sono pochi.. credimi anche se discreti..) persegue una Spiritualità Gentile, specificatamente Italico-Romana, ma non solo.

Quindi, nell'ambito di questa sezione sarà possibile disquisire tranquillamente in alcuni topic specifici dei vari punti di vista, oltre che delle 'colorazioni' che la Paganitas prenderà nel 'frame' temporale riguardante la tarda Età del Ferro, ma nelle sezioni 'esplicative' considereremo la Gentilitas come un fatto meta-storico, come Visione del Mondo attualmente perseguibile, e di fatto, ampliamente perseguita come dimostreremo, anche se non diffusamente nelle precise Forme Cultuali e Rituarie dell'Antichità.

Ovviamente è del tutto inutile e dispersivo, al di fuori di topic appositi, ingenerare dibattiti sulla validità o meno di diverse ed inconciliabili, per molti versi, Visioni del Mondo, quindi nelle sezioni 'esplicative' quali questa, ad esempio, gestirò, Motu Proprio cum Imperio, la discussione entro Termini e Confini ben delineati.

Vale Optime!

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Genius Cucullatus

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 12:55 pm    Oggetto:  I Valori Religiosi Elleno-Romani - Seconda Parte
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SEGUE --- La LEGGE COSMICA, IL FATO, MENS SANA IN CORPORE SANO

L'inesorabilità di questa Legge Cosmica (Azione e Reazione) potrebbe indurci a credere che essa abbia ingenerato una disposizione d'animo fatalistica, con conseguente indebolimento o vacillamento della ten­sione morale: nulla di più errato.

L'ineluttabilità del Fato non fece dell'Elleno o del Romano un sofferente, non gli fece immaginare "peccati originali" da espiare, né sognare l'avvento di salvatori che lo liberassero della colpa, vera o presunta che fosse.

Essi concepirono certamen­te una Liberazione e una salvezza, ma non dal "peccato" o dalle "pene dell'inferno", bensì dal­le condizionalità dello stato individuale. Tale liberazione non si ottiene per l'intervento quasi ex machina di un "redentore", ma è una Conquista Interiore attraverso un processo Volontario di Purificazione, di Integrazione e di Trasformazione, che può portare oltre lo stato umano e individuale. Si tratta dunque di Auto-Redenzione, una possibilità che, sebbene concessa in linea di principio a tutti gli uomini, in pratica, per le conoscenze, le difficoltà e i sacrifici che comporta, risulta appannaggio di una ristretta Elite.

Se, da una parte, la salvezza o anche l'apotheòsis attende coloro che perseguono la libera­zione dallo stato di imperfezione individuale; se, dall'altra, i Superbi, i rei di hybris sono tra­volti e annientati; per tutti l'ideale resta comunque quello della Oraziana Aurea Mediocritas, non "mediocrità", ma "via di mezzo", la Misura . E infatti, come l'Equilibrio è la condizione essenziale dell'Ordine cosmico, così Esso, secondo l'analogia Macrocosmo-microcosmo, do­vrà costituire anche nella compagine individuale l'ideale di perfezione umana, nonché rappre­sentare la base indispensabile per qualsiasi tentativo di superamento della stessa condizione individuale.

Pertanto, come non si diminuì mai l'uomo per umiliarlo dinnanzi alla Divinità troppo po­tente e dispotica, così non si giudicarono mai basse, turpi, spregevoli intere parti o funzioni o attività dell'essere umano, per deviarne l'interesse verso i cosiddetti "beni ultraterreni" . Per chi è ben nato e sano di Spirito e di Corpo, non esiste parte del suo essere di cui debba vergognarsi, o che debba apparire spregevole dinnanzi a Dio: perciò l'Elleno e il Romano non avvertirono mai alcun contrasto fra Anima e Corpo, mai disprezzarono il corpo per conferire all'Anima realtà e valore assoluti ed esclusivi. Il modello classico è, invece, MENS SANA IN CORPORE SANO, il benessere e il Decoro del corpo apparendo, giustamente, come lo Specchio, l'espressione visibile della Salute e della Nobiltà dell'Animo.

Di conseguenza, al corpo furono dedicate le cure che esso meritava e, significativamente, quasi sempre negli stessi luoghi in cui si esercitava il Corpo, si pensava anche, se non soprattutto, all'educazione dello Spirito: un esempio fra tutti, il ghymnàsion greco.

Qualunque forma di mortificazione del corpo è dunque estranea al modo di sentire dell'Uomo Classico, e deve essergli indubbiamente apparsa come una deformazione in senso patologico del­la Natura Umana.

Il fatto è che la visione del mon­do greco-romano è quella di un'Anima che si tro­va bene nel corpo e nel mondo (basti confronta­re la significativa e angosciosa differenza di espressione sui volti dei Cristiani e dei Pagani nei ritratti), perché questo corpo, questo mondo, nella loro Unità, ricchezza ed armonia, offrono all'uomo sufficienti possibilità di Realizzazione.

Per que­sto motivo, mai l'Uomo classico svalutò questo mondo per esaltare l'Altro; mai sognò di diven­tare più Pio spezzando l'unità del mondo, abbas­sando questa valle di lacrime e di dolore e attri­buendo all’ altro, situato nell' Al di là, ciò cui l'anima, incapace di realizzarlo qui, dovrebbe anelare per tutta la vita, trascurando tutto il resto.

Quella greco-romana è insomma, per dirla con William James, una religion of healty mindedness, che si contrappone nel modo più netto e stridente alla mediorientale “religion of the sick soul”.

Ma l'ideale classico di Equilibrio non riguarda soltanto i rapporti fra Anima e Corpo, esso abbraccia tutte le facoltà dell'uomo; l'Esaltazione, l'Ebbrezza, il Rapimento, lo Sprofondamento, l'Abbandono vengono guardati, pertanto, con grande sospetto. Perlomeno vanno confinate entro un preciso quadro rituale. "Aequam memento rebus in arduis servare mentem" ammonisce Grazio; e Scipione: "Delle cose che erano in potere degli Dei, noi Romani abbiamo quello che gli Dei ci hanno dato; l'Animo, che è in Poter no­stro, l'abbiamo e l'avemmo sempre lo stesso in qualsivoglia fortuna; né lo gonfiarono le Pro­sperità, né le Avversità lo abbatterono" .

Equilibrio, dunque, in tutte le circostanze, nella buona e nella cattiva sorte; misura, moderazione, mètron, Temperantia, sono i tratti specifici dell'Etica Classica. Agli Elleni e ai Romani è proprio il concetto dell'Immutabilità dell'Animo, apàtheia, e di Autocontrollo, enkràtheia, Disciplina; essi considerano come ideale una Nobiltà piena di misura, esprimentesi in sophrosyne ed Aequanimitas, ed aspirano a quell'interiore equi­librio, a quella serenità e limpidezza di sguardo, a quell'Armonia di forme e di gesti che i loro artisti raffigurarono nelle immagini degli Dei e degli Eroi: è l'ellenica kalokagathìa, sintesi di Bellezza e Bontà, compiendo di tutte le Virtù, ideale classico di Perfezione Umana.

E perciò con animo sereno e limpido sguardo che l'uomo classico aspira a contemplare il Mondo e la Vita, in tutte le sue forme e manifestazioni, anche quelle che riempiono di sgomento e di trepidazione il cuore del mediorientale, ossessionato dalla paura del castigo.

Intendiamo parla­re, in modo particolare, della Morte.

Essa, scrive Seneca, "mi libera la via verso i miei Dei, coi quali ho già vissuto sulla Terra e che hanno visto il mio Spirito presso di loro e mi hanno invia­to il Loro. Ma non è questo il motivo per cui vado coraggiosamente verso la morte: me ne an­drei con la stessa forza d'animo anche se di qua si partisse verso l'annientamento".

Quale abisso divide un tale atteggiamento da quello dei seguaci della “religion of thè sick soul” : II Dio corrucciato, il Terribile Giudizio, l'unica possibilità di Salvezza: per l’Uomo classico queste potrebbero essere le febbrili fantasie dell'anima malata, che si pongono come ombre spettrali davanti alla natura e alla vita. Per mezzo loro la Paura diventa il motivo più importante della risoluzione morale .

La Morte non è, dunque, per l'uomo classico, un fenomeno apportatore di fede o di religiosità, né motivo di tormento o di paura: essa appartiene all'Ordine cosmico e perciò non può susci­tare Timori né Speranze.

E' sintomatico il carattere neutro ed opaco delle più antiche figurazioni dell'oltretomba, come l'Ellenico Ade: qui non ci sono visioni Spaventevoli o Beatifiche, tor­menti o piaceri ineffabili, ma una forma incolore, senza piacere né dolore.

L'uomo classico sa che la morte, anche quando non gli apre la via verso i suoi Dei, non è che il passaggio ad un'altra vita più quieta, più uniforme, più evanescente, come una specie di lungo sogno.

Né la Morte può costituire un incentivo a "fare il bene", nella piccola preoccupazione di as­sicurarsi, con un ben misero do ut des, la Beatitudine Eterna.

L'uomo classico non ricerca nel­l'aldilà una felicità che è già possibile su questa terra, giacché una Vita dedita all'esercizio della Virtù è di per sé una vita Beata.

E siccome un Dio Vive e Agisce nell'Uomo, la Virtù non può essere imposta con un comandamento esterno, né consigliata dalla paura del "giudizio" finale: "Nihil praeter quod honestum sit propter se esse expetendum", così Cicerone sintetizza magistralmente tutta la morale classica.

Non vi è qui costrizione, nessun "tu devi, altrimen­ti...", nessun precetto divino, né l'aspettazione di una remunerazìone o il timore del castigo ultraterreno; ma un Moto dall’interno, lo stesso sentimento dell'Umana Dignità presente in un Animus Fortis et Magnus, che ricerca ciò che è onorevole "propter se", che considera cioè la Virtù come premio a se stessa.

Così anche il rispetto verso gli altri, il senso di umana solidarietà, synpàtheia, philantropìa, Benevolenza, Humanìtas, sgorgano da un comandamento interno, che spinge ad usare nei rapporti con il prossimo una aequitas che non può essere imposta o inculcata, ma che sorge naturalmente e spontaneamente in chi ha imparato a placare in Equilibrio le Potenze dell'Anima.

Articolo a nome di "Ezzelino" che si ringrazia, nunc et semper.

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 1:36 pm    Oggetto:  
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Fantastico! Very Happy

Genius Cucullatus, ti faccio i miei più vivi complimenti per lo splendido articolo ivi pubblicato. Razz

Per quanto mi riguarda, mi hai finalmente chiarito tante incognite, dubbi e nebulose che avevo a proposito della religione e dei valori a lei connessi.

Questo per me è un campo del quale mi sono iniziata ad interessare solo da poco, e questo tuo articolo è davvero utilissimo.

Complimenti di nuovo Very Happy

Vale

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Quelli che hanno scritto prima di noi non sono dei padroni, ma delle guide.
La verità è aperta a tutti e non è stata ancora trovata per intero"
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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 3:20 pm    Oggetto:  
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Ti ringrazio Genius C. per le preziose testimonianze.
Vorrei a questo punto fondere in qualche modo i contenuti da te apportati, con l’iniziale richiesta di Flavio Stilicho inerente alla ‘Religione delle Origini’.
Dobbiamo infatti prendere atto che l’esaustiva descrizione di Genius sulla consapevolezza Romano-ellenica del rapporto Uomo-Dio è qualcosa che nell’antico delle origini non ha carattere intellettuale. O meglio, il romano antichissimo non saprebbe spiegare la sua religiosità come ha fatto Genius Cucullatus. Neanche lontanamente.
Eppure, la sua religiosità è il perno essenziale di quella religione romana che definiamo come il Mos Maiorum.
Queste approfondite spiegazioni infatti, non appaiono tra i Romani se non con fonti tarde e quasi sempre conseguenti alle critiche mosse dagli apologisti cristiani… da un lato. Dall’altro, come accadde in Grecia con la comparsa di Platone e successivi, si acuisce la necessità di trasformare in ‘parola’ ciò che gli sciamanici ‘presocratici’ potevano comunicare solo mediante allegorie e soprattutto 'azioni'.
In parole più semplici, i presocratici (Ferecide, Anassimene, Anassimandro, Eraclito, etc) vivevano una spiritualità identica a quella del Romano arcaico, incapace di descriverla in modo razionale, ma straordinari interpreti della sua ‘esperienza’, vincolata esclusivamente alla sua vita quotidiana.
C’è un momento insomma in cui la Religione (mi si passi il termine) passa da uno stadio dominato dall’Azione, ad uno in cui l’Azione non è attuabile se non mediante una preliminare formazione culturale, espressa da icone, immagini e parole. Al pari in Grecia (ma con anticipo di 3-4 secoli), si passa da una religione Misterica ad una Misteriosofica, la quale quest’ultima necessita del Sophos, pensiero, astrattismo, che in parte depaupera l’azione.
Il passaggio a questo stadio deriva dalla lenta trasformazione di un culto prettamente ‘domestico’, nel quale l’uomo e la sua comunità legano l’esperienza del divino alle loro necessità immediate e impellenti, ad una esperienza che risponda alle più complesse esigenze di una Città o di uno Stato.
L’evoluzione dell’impianto religioso romano si fonda infatti sullo sviluppo dello stesso Diritto Romano, e per massima parte i concetti di Disciplina, Pietas, Virtus che caratterizzarenno la religione Romana, sono derivati proprio dalla progressiva strutturalizzazione dell’esercito, e relative mutazioni delle sue magistrature in seno allo Stato. Ricordiamo d’altronde che fino ad Augusto, non si può compiere il Cursus Honorum senza prestazioni militari.
Non sarà il ‘senso religioso’ a mutare nei secoli, quanto la sua espressione. Espressione che si manifesta in base a un tramite, ossia al mestiere individuale e alla struttura organizzativa in essere in una data civiltà, in un dato tempo.
Giano per esempio, in qualità di nume delle porte, esprime propriamente il ‘tramite’ (la porta è un tramite). Il fatto che il suo tempio avesse la porta aperta o chiusa per indicare lo stato di guerra o meno, evidenzia la strettissima parentela e proporzionalità tra il Diritto Romano (di derivazione militare) e il senso del sacro per il cittadino romano.
Quanto qui brevemente detto, per indicare il vero 'tramite' dell'intera spiritualità romana, almeno nella sua fase arcaico-repubblicana: l'esercito.

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Dario Battaglia
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Genius Cucullatus

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 4:07 pm    Oggetto:  
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Eccellente intervento di Darius.

E'utile, in questo caso, fare una analogia con quanto succede, per ironia della sorte, in estremo Oriente con il Giappone.

Lo Shinto viene ad esistere come denominazione e comincia a realizzare una serie di scritti e speculazioni 'filosofiche' quando non addirittura teologiche, SOLO dopo la penetrazione del Buddismo. Penetrazione 'pacifica' in questo caso a causa della tolleranza e capacità di coesistenza che il buddismo possiede. I Giapponesi per contro mai perseguitarono il buddismo, a differenza di quanto fecero con il cristianesimo quando tentò di infiltrarsi nel Sol Levante, questo è un dato senz'altro interessante..

Tornando a Casa nostra, Roma nasce, sin dalle origini, come una 'mannerbunde' guerriera e sacerdotale che si coagula sacralmente una Comunità Urbica. Quindi, in modo simile alla realtà Spartana anche se più 'aperta' con il tempo, l'Esercito coincideva con il Populus, entra Pomerium sub Quirino, extra Pomerium sub Marte, e del resto SPQR significa, tra le altre cose..., Senatus Populus Quiritium Romanorum, Il Senato ed il Popolo dei Quiriti Romani, Curia significa contemporaneamente Assemblea di Lance come Co-Viria, Fratria di Viri (guerrieri). Civis et Miles, due Volti, due aspetti che riflettono lo Spiegamento Cosmico, Intra e Extra, Centripeto e Centrifugo, cosi' come l'Eccelso Ieroglifico di Ianus Bifrons silentemente suggerisce..

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 8:11 pm    Oggetto:  
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Complimenti a Genius e arsdimicandi per i loro interventi,
a questo punto mi sembra sia stato detto a sufficenza sulla mentalità religiosa Romana; mi piacerebbe dunque spostare il discorso (spero che non vi dispiaccia) su quanto effettivamente il Romano medio viveva in conformità a questi valori e quindi quanto essi abbiano influito sulla successiva morale cristiana, sarebbe poi interessante analizzare il fenomeno di diffusione del cristianesimo ossia: come mai ad un certo punto la religione dei padri non riuscì più a dare le risposte alle domande esistenziali dei Romani?

Prima di pronunciarmi in merito, preferirei leggere le vostre risposte che forniranno come al solito importanti delucidazioni al riguardo. Smile

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Genius Cucullatus

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 10:05 pm    Oggetto:  
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Flavio Stilicone ha scritto:

su quanto effettivamente il Romano medio viveva in conformità a questi valori


I Valori sono i simboli verso i quali una comunità di uomini tende.
Come poi si comportino i singoli, in conformità o meno, con opportuna 'gradazioni' e 'sfumature' è altra cosa.

Per fare un altro esempio, andare a sindacare su come un cristiano medio aderisca in conformità (o abbia aderito nei secoli..) ai comandamenti, i precetti, i dogmi e la morale delle chiese, sarebbe materia di difficile trattazione, ed esulerebbe totalmente dall'analisi di una visione del mondo... Cool

Citazione:

e quindi quanto essi abbiano influito sulla successiva morale cristiana, sarebbe poi interessante analizzare il fenomeno di diffusione del cristianesimo ossia: come mai ad un certo punto la religione dei padri non riuscì più a dare le risposte alle domande esistenziali dei Romani?

Prima di pronunciarmi in merito, preferirei leggere le vostre risposte che forniranno come al solito importanti delucidazioni al riguardo. Smile


Come già espresso nelle linee guida del Progetto Pietas, e nel mio precedente messaggio, il Cristianesimo ed eventuali raffronti con questa Religione, o al periodo del declino e caduta della Civiltà, esulano totalmente dalla 'mission' di questo spazio.
E' stata fatta una scelta precisa da parte di chi ospita questo spazio.
E su questo punto, applicherò le linee guida, romanamente
parlando, con Gravitas e Severitas.

Tra l'altro, non si tratta di questioni disquisibili in termini di dialettica 'sillogistica' o tramite la 'maiuetica', poichè uno dei due termini di paragone non si basa sull'Intelletto o sull'Esperienza, ma su un concetto Fideistico.

Io personalmente, rispetto ogni Religione, e penso, come Quinto Aurelio Simmaco, che il Grande Mistero non possa prevedere una sola Via per giungervi al Centro, ma tante quanto gli Indefiniti Raggi di un Eterna Ruota.

Proprio per questo motivo, nel parlare della Spiritualità autoctona e PROPRIA dei Romani, si procederà ad un approccio assertivo, positivo e non comparativo o 'contro' altre visioni, se non a titolo di differenziazione per permettere la comprensione a chi legge. Ma con molta attenzione e scrupolo.

Quindi, le solite dispute tipo "Contra Paganos", o "Contra Galileos" o sulle cause dell'affossamento della Civiltà, nell'ambito religioso, qui non troveranno posto. Tassativamente.

Spero di essere stato sufficientemente esplicativo.

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 11:28 pm    Oggetto:  
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Il mio non voleva essere un incitamento a parlare DEL cristianesimo ma di quanto il modo Romano di intendere la spiritualità abbia influito sul messaggio originario... Smile
Capisco però i giusti motivi che hanno guidato la tua decisione: è meglio non lasciare spazio neanche alle mezze misure Wink !

P.S.: Non mi sembra che vi fosse alcun messaggio in merito al cristianesimo quando ho scritto... sarò stato distratto io! Very Happy

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MessaggioInviato: Ven Giu 23, 2006 1:19 am    Oggetto:  
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Personalmente non credo si sia detto abbastanza sulla mentalità religiosa romana. Per il Romano la divinità non è un pensiero trasferito da un uomo a un altro, non è l’invenzione artistica di un fantasioso tragediografo greco, e tantomeno un principio astratto che per i suoi contrassegni, possa assurgere a medicinale d’occasione per risolvere conflitti personali.
La divinità è qualcosa che in un dato momento si presenta, e comunica (in modi differenti) con la persona, o con il gruppo.
Ma perché ciò avvenga è necessario aprire le porte del tempio di Giano (allegoricamente parlando), ossia raggiungere il ‘tramite’ di cui ho accennato nel mio precedente.
Il ‘tramite’, esso che sia rappresentato nella forma di Ianus bifrons, della porta o qualunque altro simbolo caratterizzato da icone speculari (Hermes e il caduceo, il Labrys cretese, le ali e le folgori degli scudi Legionari) è uno stato di coscienza, di fermento speciale o di gravidanza. Questo stato di coscienza, va tuttavia innescato e non può essere volontario. Esso necessita di una forza, di una volontà che prescinde dall’arbitrio personale: i Numi.
La natura celeste e terrestre è la prima dispensatrice di questa volontà. Ad esempio la primavera (VerSacrum) è la porta-tramite-utero della potenza generatrice del Sole (Nume). Il Sole non è la divinità, ma il Nume con cui il Dio si manifesta. La natura-porta è sovente simboleggiata con un altro simbolo speculare: le corna, il toro o il bue.
L’ovvietà dell’esperienza agreste del romano protostorico mutua identicamente nella guerra, anche e laddove la guerra arcaica non aveva le connotazioni professionali di quella d’ambito storico.
L’uomo stesso è il tempio-utero chiuso e vergine (l'uomo Luna, Luna calante, mezza Luna come sugli scuta). Con la primavera ha inizio la stagione delle guerre. L’avversario stesso è il portatore del Nume del Dio Rosso che apre la gravidanza, le porte del tempio, lo stato speciale di coscienza. La battaglia e il suo furore, innescano la giusta concatenazione, il Logos che chiude il cerchio della volta celeste e infera e portano l’uomo all’identificazione col centro cosmico e con la sua circonferenza: l’uomo diventa l’utero, il Nume, l’animale concepito (sugli scuta, si passa dalla mezzaLuna alla Stella). Ma per lo straordinario gioco (giogo-iugos-ius) di uguali e contrari, l’uomo diventa anche l’utero, il Nume, l’animale sacrificato per giungere a questa esperienza. Nasce il principio cultuale più antico del mondo: il sacrificio, specchio del parto.
VerSacrum, sacrificio animale o vegetale… in epoca agreste e protostorica. Ma anche sacrificio umano negli ambiti guerrieri: l’uomo che accetta la Pugna mortale e prova l’esperienza del Nume rosso, è un uomo che in qualche modo ha sacrificato sé stesso, per rinascere in sé stesso.
Costoro, debbono indossare il rosso del Dio morente, poiché questo e solo questo è il colore di chi ha rinunciato alla sua vita per mirare al bianco splendente della rinascita celeste.
Da qui possiamo immaginare la sequela straordinaria di sviluppi nelle istituzioni e nelle magistrature successive a Roma, interamente derivate dall’esperienza Martiale del Civis-Miles (come ha già ben detto Genius Cucullatus).

Per il resto Flavio, immagina cosa accade quando il rapporto tra Roma e l’Exercitus, un tempo indissolubile, si trovò con i Cittadini che pensavano a vivere di lavoro proprio senza più alcuna relazione col mondo militare, e dall’altra parte il mondo militare che rappresentava uno Stato e una Mente a sé stante, in grado di nominare da sé l’imperatore di Roma (a partire dal 68 d.C).
Il primo ad abbandonare i Romani fu Giove. Marte Gravidus e il suo fertile Nume invece, guidarono l’esercito per molti secoli ancora, sebbene sotto le spoglie di Helios, Mitra e innumerevoli altri nomi secondo cui gli uomini amano mescolare colori e profumi per celare la medesima cosa.

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Flavius Stilicho

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MessaggioInviato: Ven Giu 23, 2006 8:07 pm    Oggetto:  
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Ora che me lo ricordi ritengo sarebbe molto interessante discutere su come la religione si sviluppi nel mondo militare magari confrontandola con quella che viene creandosi nel mondo civile...
Personalmente non dispongo ancora di sufficenti informazioni ma Genius potrà sicuramente darci una mano Very Happy .

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MessaggioInviato: Mar Giu 27, 2006 3:11 pm    Oggetto:  
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Interessantissimo questo progetto Pietas...

Grazie Genius Cucullatus, per ora sto leggendo i post e i topic da te aperti interessanti ma, dato l'argomento ove ci sono cose a me difficili da capire, sto andando a rilento..

Spero che ciò possa far quantomeno capire la mentaltà religiosa dei romani


Vale
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Dr Domus

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MessaggioInviato: Sab Lug 08, 2006 3:30 pm    Oggetto:  
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Domanda da 100 milioni di sesterzi Stilicho.
Non amo parlarne per una pura questione di egoismo dimicandiano.
E' tuttavia la domanda chiave per comprendere la spiritualità romana, che all'inizio era Una e molteplice - ossia il riconoscimento della medesima cosa pur con etnie e culture diverse che formarono Roma - mentre successivamente furono molteplici diverse realtà pur sotto la medesima Cittadinanza (che paradosso).
Posso concedere qualche spunto, e verificare il vostro interesse. Genius mi sosterrà (forse) nella traduzione da una visione paleo-antropologica ad una dialettica di più facile comprensione intellettuale.
Si afferma (gli storici) che la Triade capitolina fu una sorta di sincretismo tra etnie sabine (Quirino) e etrusco-latine (Mars-Ius). Stupidaggine...
Accenno a quanto segue: Quirino ha origine etimologica indoeuropea nella radice QVIR, altrimenti dicibile GUIR, GWIR, WIR, VIR, UIR (vedi pronunce derivate tipo Guglielmo-William). I romani sono Quitiri, Uiriti, ossia Viriti-Viri (Wir in tedesco è inteso come NOI-IL POPOLO).
Da questo termine deriva Vita, Vir e Viridis (ad es. Uir Gen - Vergine - vita nella femmina)... i Verdi.
ALtri esempi etimologici: ghiera, ossia elemento circolare che contiene. In latino è detto Viria (braccialetto), e si dice GUIRIA, GWIRIA, WIRIA, VIRIA, URIA, CURIA. In altre parole, Corona (Ghirlanda, etc).
La vita è verde (viridis), Quirino è verde, l'alloro e la quercia, la corona che laurea il Dio morente rosso nella sua trasformazione in Vita.
Un tempo i 'coronati verdi', gli UIRIDIS-QUIRITIS nascevano nel sacrificio rosso di Marte.
Tutta avveniva da un esperienza vera e corporea, militare e rituale, il cui successo lo potremmo paragonare alla 'folgorazione' descritta dei testi indoeurpei Vedici, la kundalini, il Fulmine bianchissimo di Ius-Giove (ecco i tre colori della Triade: Verde, Bianco - al centro - e Rosso).
Poi i QUiriti tagliarono le radici del verde Lauro, divennero semplici cittadini, e il concetto del QWIR-UIR si distaccò dal Rosso, esperienza e porta-tramite: l'esercito.
Difficile vero?

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Ultima modifica di Dr Domus il Lun Lug 17, 2006 11:00 pm, modificato 1 volta in totale
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Flavius Stilicho

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MessaggioInviato: Mer Lug 12, 2006 1:48 pm    Oggetto:  
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Potrò risponderti seriamente solo dopo aver preso un'aspirina ed aver fatto qualche ricerca Very Happy
Complimenti comunque, e non temere l'argomento mi intriga molto...

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