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Caste militari Celtiche: Fianna, Ecland e Gaesati
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Il Pitta

Gallus





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Il Pitta is offline 

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MessaggioInviato: Mer Mar 29, 2006 10:36 am    Oggetto:  Caste militari Celtiche: Fianna, Ecland e Gaesati
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Il mercenariato è sicuramente uno degli aspetti che ha più caratterizzato la cultura celtica di facies lateniana.
Si è ipotizzato, anche grazie all'ausilio delle fonti classiche, che le grandi migrazioni dei Celti di cultura La Tenè siano sempre state di poco precedute da infiltrazioni di piccole bande guerriere, che sondavano il territorio prescelto prima dell'arrivo della comunità migrante vera e propria, o che, similmente, le comunità migranti decidessero di spostarsi dopo aver raccolto informazioni varie dalle suddette bande.
Queste bande guerriere, come si può evincere dalle fonti gaeliche, oltre a raccogliere senza dubbio anche reietti e fuorilegge, erano principalmente composte da quelli che, con un linguaggio improprio ma di facile comprensione, potremmo definire "figli cadetti", ovvero elementi maschili che, spinti dalle necessità contingenti (e, perché no, magari anche dal desiderio di gloria), abbandonavano la comunità alla ricerca di nuove terre.

Se inizialmente la principale attività di questi guerrieri sbandati era il saccheggio, con la prospettiva ultima di insediarsi in comunità preesistenti occupando un ruolo dominante, in un contesto variegato ed in costante e veloce evoluzione come quello Europeo della tarda Età del Ferro, prese presto piede l'allettante alternativa del mercenariato, ancor più richiesto al di fuori dei territori dei Celti, a causa dell'equipaggiamento militare vincente che li contraddistingueva.

In Irlanda gli appartenenti alle bande mercenarie venivano chiamati originariamente "Ecland", termine che poi venne soppiantato da "Fianna".

Se il secondo termine significa semplicemente "Biondi" o “Gagliardi” e nasce dall'identificazione con la più famosa banda mercenaria delle leggende irlandesi, quella capitanata da Fionn (lett. "Il Biondo" o “Il Gagliardo”) MacCumhaill (Finn MacCumal), il secondo trae le sue radici dalla natura stessa di questi guerrieri.

Fuoriusciti dalla comunità per propria volontà o necessità, essi non avevano più legami con essa, e quindi erano "Senza-Clan", appunto, "Ecland", termine gaelico dove il prefisso "E-" ha funzione privativa.

Nel mondo gaelico le bande mercenarie finiscono per entrare velocemente nella leggenda, da briganti e saccheggiatori gli Ecland diventano prima mercenari, poi erompono nel folklore come eroi, come testimonia l'abbandono del termine stesso di Ecland, che identificava i guerrieri in base ad una loro deficenza (il legame con la comunità), in favore di Fianna, che li fa assurgere tanto a nuova dignità quanto ad ad un ruolo superiore.

La banda mercenaria dunque si proponeva, come ovvia conclusione di un processo sociale, come alternativa alla comunità, con un proprio sistema interno indipendente di leggi, che finisce per essere tramandato come un codice d'onore.

Privi del sostegno di una comunità stabile, i guerrieri della banda possono contare solo gli uni sugli altri, quindi sopravviene naturalmente una forma di fratellanza guerresca, già riproposta in molti contesti indeuropei.

In Britannia, i guerrieri delle bande indipendenti dei condottieri Uriens e Coel Hen, che si contrapporranno agli invasori Anglosassoni, celebrati nel poema epico "Y Gododdin", pur provenendo da una vasta area compresa tra il Vallo di Adriano ed il Galles Meridionale si chiameranno l'un l'altro "Combrogi", ovvero "(appartenenti alla) stessa comunità", e ciò ci da la misura di quanto il legame di fratellanza di quella che era finita per diventare un elitè militare fosse forte.

Il termine "Combrogi" si conserverà nell'odierno "Cymru", usato tutt'ora dai Gallesi tanto per definire se stessi quanto il proprio paese.

Siamo di fronte in questo caso specifico alla chiusura del cerchio: i fuoriusciti dalla comunità si aggregano in bande mercenarie, creano un proprio modello antitetico a quello della comunità, e per concludere pongono le basi di un nuovo "stato".

I racconti gallesi del "Mabinogi" poi, che saranno l'embrione del Ciclo Arturiano, sono innegabilmente legati ai poemi epici intessuti in Irlanda sulle figure dei Fianna, creando così un filo ininterrotto che da Fionn MacCumhaill, passando per i Combrogi di Coel Hen e Uriens, arriva direttamente a Re Artù e ai Cavalieri della Tavola Rotonda, avvalorando così la tesi che dimostra l'evoluzione progressivo delle bande guerriere celtiche.
Sul continente il processo non è così facilmente riproducibile, ma si aprono spiragli nuovi ed avvincenti.

Dal III sec. a.C. in poi le bande mercenarie celtiche si aprono la strada verso il Mediterraneo, venendo a contatto con Etruschi, Italici, Latini, Greci e Punici, ma sebbene non vi siano testimonianze scritte, non vi sono dubbi che fossero già attive in Europa dal 500 a.C.
I rapporti tra le bande mercenarie e i popoli del Bacino Mediterraneo saranno di volta in volta di sodalizio o di ostilità, ma sappiamo comunque che tanto i Regni Ellenistici quanto i Cartaginesi e i Magno-Greci fecero un massiccio impiego di truppe celtiche.

I mercenari celtici dunque militarono negli eserciti degli imperi più potenti dell'epoca, accumulando ricchezze alla stregua dei Variaghi svedesi dell'Alto Medioevo al soldo dei Bizantini.

Un intricato disegno stilizzato raffigurante una coppia di animali fantastici rampanti, che per comodità vengono chiamati solitamente "Grifoni" o "Draghi", proprio dell'arte Lateniana e riproposto migliaia di volte su foderi di spade lunghe lateniane, ritrovate un po' dovunque in Europa, sarebbe secondo l'opinione corrente degli studiosi da attribuire proprio alle caste di guerrieri mercenari, quale simbolo e segno di riconoscimento.
La presenza poi di tali foderi in panoplie di guerrieri Liguri, avvalorerebbe la tesi secondo la quale le bande mercenarie in questione, pur avendo una profonda matrice celtica, attingessero liberamente a tutti i combattenti interessati ritenuti validi, vista appunto la propria mancanza di legami con una comunità ben definita.
La presenza di un simbolo proprio dei mercenari inoltre, denoterebbe vieppiù un'evoluzione tesa alla costituzione di una vera e propria "fratellanza militare".
Dalle cronache risalenti ai primi scontri che videro Celti e Romani affrontarsi per il predominio sull'Italia Settentrionale fa però capolino una figura nuova, particolare, assimilabile in parte a quella dei mercenari già descritti ma provvista di caratteri peculiari suoi propri: quella del Gaesato.
La prima volta che i Gaesati vengono menzionati da fonti scritte è nelle cronache riguardanti la battaglia di Telamone, dove gli Insubri e i Boii, guidati da Concolitano e Aneroesto, insieme ai Taurini, affrontano i Romani guidati da Lucio Emilio paolo e Gaio Attilio Regolo.

Secondo Polibio, i Galli Cisalpini, venuti a conoscenza della volontà dei Romani di privarli con la forza di alcune delle loro terre, inviarono dei messaggeri sulle sponde del Rodano, per chiamare in loro aiuto i "Galli Gaesati".

Sebbene in un primo tempo i Romani si riferiscano ai Gaesati come ad una popolazione vera e propria, noi ora siamo in grado di affermare che senza dubbio si doveva trattare di mercenari professionisti.

Il termine stesso "Gaesati" porterebbe a tale interpretazione: "Gaesati" significa letteralmente "coloro che portano il gaesum".
Il termine gallico "gaesum" è usato per definire una sorta di giavellotto pesante, costituito da un’unica barra di ferro forgiata, di una lunghezza variabile di 1,40 cm a 2 metri, proprio dei popoli celtici del continente.





"Portano lunghe spade, aste... e giavellotti con rilievi in modo da dilaniare e slabbrare le ferite..."

Diodoro Siculo, V, 30

Indubbiamente il passo di Diodoro, che a sua volta si rifà ad una pagina perduta di Posidonio, si riferisce al gaesum che, come apprendiamo dai ritrovamenti, presenta spesso nella cuspide delle alette laterali simili a quelle di una punta di freccia.

Una volta penetrato nelle carni, a causa della conformazione della cuspide, il giavellotto poteva essere estratto solo con grande difficoltà e straziando notevolmente la ferita.

Echi di quanto quest'arma dovesse essere micidiale li ritroviamo anche nel Tàin Bo Cuailge irlandese, in riferimento al "Gae Bolga", (in Gaelico Antico "giavellotto folgorante") l'arma favorita dell'eroe Cu Chulaìnn, che una volta colpito il bersaglio non poteva esserne estratta senza provocarne la morte.
Il termine trova la sua radice nella parola indeuropea "ghaiso", che significa appunto "giavellotto", che a sua volta nasce dalla radice indeuropea "ghei", "mettere qualcosa in movimento", "scagliare".
Altri parallelismi linguistici li possiamo trovare nel già citato Gaelico "gae", "giavellotto", nel Sanscrito "heti", "proiettile", e nel Longobardo "gaida", "punta di freccia".

I Gaesati dunque sono "coloro che portano il giavellotto", insomma, dei guerrieri di professione.

Polibio è infatti lapidario nel suo giudizio: egli, parlando dei Gaesati dice chiaramente

"Quelli che sono chiamati, perché facevano la guerra per il soldo, Gaesati"

Polibio, Storie, II, 22, 2-3

La descrizione che Polibio fa dei Gaesati è sorprendente:

"Gli Insubri e i Boi andavano in battaglia vestiti di braghe e di comodi sai che arrotolavano; ma i Gesati, nella loro presunzione e sicurezza, se ne erano spogliati e si erano schierati in prima fila, nudi con le sole armi.Il movimento dei guerrieri nudi nei ranghi frontali costituiva uno spettacolo terrificante. Erano tutti uomini dotati di un fisico splendido e nel fiore dell'età; tutti quelli che formavano le prime linee erano parati di torques e di bracciali d'oro. La sola visione di questi uomini era sufficiente a suscitare un senso di paura nei Romani."

Polibio, Storie, II, 29, 7-8-9



Rappresentazioni di guerrieri nudi, che indossano esclusivamente la catena sospensoria, che aveva lo scopo di sorreggere il fodero della spada, appaiono anche in Spagna, dove la spada lateniana ed il suo caratteristico sistema di sospensione non erano propri della popolazione locale celtibera, e sappiamo inoltre che il gaesum venne mutuato dalle popolazioni della Penisola Iberica, tant’è che nel III sec d.C. lo troviamo come elemento caratterizzante della panoplia di Celtiberi e Iberici; il tutto ad indicare l'ampia diffusione dei Gaesati.

La nudità rituale appare strettamente collegata ai mercenari dunque, ma verosimilmente i Gaesati non dovevano essere semplici guerrieri prezzolati.
In Europa Centrale la struttura delle bande mercenarie aveva seguito un filo evolutivo suo proprio, che la distaccava lievemente tanto da quella dei Fianna gaelici quanto da quella dei Combrogi britannici, e che si arricchiva di nuove componenti ritualistiche.

E' evidente che non siamo di fronte solo a dei semplici mercenari, ma anche a dei guerrieri sacri.

Evitando dei facili paralleli con i Berserker e gli Ulfedhnar della cultura germanica, le cui credenze in realtà viaggiano su un binario completamente diverso e strettamente connesso ad un totemismo animale di tipo identificativo, alieno alla cultura marziale celtica, per cercare di giustificare la nudità dei Gaesati dobbiamo semmai attingere al più genuino archetipo del guerriero Indeuropeo, che con sprezzo del pericolo atterrisce il nemico con la propria virile nudità e sfida apertamente (fors'anche ricercandola) la "buona morte".

Oltretutto, di fronte alla realtà della nudità rituale, appare più chiaro il significato della presenza di un segno distintivo proprio sul fodero della spada, uno dei pochi elementi dello scarso ed essenziale equipaggiamento del mercenario Gaesato dove poteva essere apposto un fregio.
Vero è anche che, nella battaglia di Clastidium, che vede ai Romani contrapporsi gli Insubri e 30.000 Gaesati assoldati in Oltr'Alpe, il condottiero dei mercenari, Britomarto, viene descritto come

"...un uomo eccezionale fra i Galli per prestanza fisica, e spiccava per la sua armatura d'argento e d'oro, risplendente come un lampo con tutti i suoi ornamenti e decorazioni."

Plutarco, Vita di Marcello, 7

creando così una consistente dissonanza con l'immagine dei Gaesati nudi regalataci da Polibio.
D'altra parte però, la necessita pratica di essere riconosciuto nel mezzo della battaglia unitamente all'alta carica ricoperta da Britomarto potrebbero giustificare la cosa.
Egli, senza ombra di dubbio, aveva guadagnata sul campo il diritto tanto di comandare le schiere dei Gaesati quanto la sua panoplia, e dunque non deve sembrare strano vederlo sfoggiare un armamento difensivo che tanto stride con quello dei suoi sottoposti.

Il difficile "cursus honorum" di un mercenario, irto di pericoli, certo aveva tra i suoi obiettivi quello di assurgere a grande ricchezza e potere, e in questo probabilmente i Gaesati, pur avendo arricchito la propria struttura di elementi sacrali, non differivano da tutti gli altri, ricercando di pari passo, proprio per mezzo dello sprezzo del pericolo, tanto la "buona morte" e la gloria immortale quanto un immediato riconoscimento pratico sul piano sociale.

Benché solitamente la figura dei Gaesati venga relegata al contesto continentale, vi è un'antica leggenda irlandese che apre nuovi ed interessanti spiragli sulla diffusione di questa particolare forma di mercenariato.
La leggenda parla del principe ereditario della provincia irlandese del Galian, Mòen - Labraid Loinseach.
Per sfuggire alle persecuzioni dallo zio Cobhthach, che aveva assassinato suo padre per impadronirsi della corona, Mòen ripara prima in Britannia e poi in Gallia, dove giunge nelle terre di Fìr Morc (forse il popolo celtico dei Morini, stanziato lungo la Manica, nella Gallia Belgica).
Li sposa Moriath, figlia del re Scoriath, ed il suocero quindi gli fornisce un esercito per tornare in Irlanda e riconquistare il trono.

A seguito del rientro vittorioso di Mòen, la provincia del Galian venne ribattezzata Laighin (l'odierno Leinster), prendendo il nome dal laighen, una "lancia a punta larga, di un ferro verde-blu", che era propria dei guerrieri gallici che Scoriath aveva fornito al genero.

Siamo nuovamente davanti, così come nel caso dei Gaesati, all'identificazione di un gruppo in base ad un arma ad asta. Che i guerrieri gallici di Mòen fossero mercenari è dunque altamente probabile, e vi è la possibilità che si trattasse proprio di Gaesati assoldati nel continente.
Che il termine laighen fosse utilizzato per definire il gaesum è possibile, con l'unico scoglio della presenza nel Gaelico del termine "gae", già utilizzato nel Tàin Bo Cuailnge per riferirsi ai giavellotti; certo che la descrizione fatta del laighen, in particolare in riferimento alla cuspide, insieme alla provenienza continentale dei guerrieri di Mòen, porterebbe ad una possibile identificazione con l'arma dei Gaesati.

Nati con, e per diretta conseguenza dell'espansionismo celtico, con la progressiva conquista romana dell'Europa Continentale i Gaesati, meno fortunati dei loro corrispettivi insulari, scompaiono dalle fonti e dalla storia.
Dei Gaesati resterà solo il nome, riportato su alcuni altari e cippi votivi romani di età imperiale, assurdamente proprio in Britannia, usato in questo caso però non per definire degli indomiti guerrieri celti, ma dei reparti di ausiliari retici dell'esercito romano.
Dai Celti, i Reti avevano imparato ad utilizzare il gaesum in battaglia e, dopo la loro conquista, avrebbero continuato ad impugnare il letale giavellotto militando nell'esercito romano.

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MessaggioInviato: Mer Mar 29, 2006 10:36 am    Oggetto: Adv






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Dr Domus

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MessaggioInviato: Mer Mar 29, 2006 6:57 pm    Oggetto:  
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Molto interessante Pitta.
Grazie davvero per questo prezioso contributo. Wink

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Dario Battaglia
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Plinius

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MessaggioInviato: Mer Giu 21, 2006 1:01 pm    Oggetto:  Re: Caste militari Celtiche: Fianna, Ecland e Gaesati
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Il Pitta ha scritto:
Il mercenariato è sicuramente uno degli aspetti che ha più caratterizzato la cultura celtica di facies lateniana.
Si è ipotizzato, anche grazie all'ausilio delle fonti classiche, che le grandi migrazioni dei Celti di cultura La Tenè siano sempre state di poco .......................................................................................................................................................................................................................................................roprio in Britannia, usato in questo caso però non per definire degli indomiti guerrieri celti, ma dei reparti di ausiliari retici dell'esercito romano.
Dai Celti, i Reti avevano imparato ad utilizzare il gaesum in battaglia e, dopo la loro conquista, avrebbero continuato ad impugnare il letale giavellotto militando nell'esercito romano.

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Very Happy Solo espressioni di lode per questa trattazione ricca anche di fonti.

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Ma, se un tiranno usurpa il potere e prescrive al popolo quel che deve fare, è anche questa una legge? (Alcibiade)

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Flavius Stilicho

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MessaggioInviato: Mer Giu 21, 2006 1:41 pm    Oggetto:  
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Sì, in effetti non si può che lodare Pitta per la valanga di informazioni che ci ha fornito, lo prego di unirsi al Topic sui Sarmati dove si sta discutendo dei Romano-Britanni Very Happy
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Flavius Stilicho

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